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La parola magica di Anna Siccardi

Ciao lettori e lettrici per passione, un altro giorno di quarantena è passato. Adesso ansia, stress e tensione iniziano a farsi sentire per bene. Cercherò di distrarvi, parlando della lettura, fatta a marzo con il progetto Ragazzi tra le pagine, dal titolo La parola magica di Anna Siccardi edito NN Editore.

Anna Siccardi, La parola magica, NN Editore

Si tratta di una raccolta di racconti in cui si intrecciano, accavallano, incontrano le vite di sette personaggi diversi fra loro per età, sesso, ceto sociale, stile di vita ma accomunate da un elemento che farà da fil rouge per tutto il testo e cioè la fragilità umana e, nello specifico, la dipendenza. La parola magica, infatti, contiene dodici racconti che si rifanno ai Dodici Passi, ossia una guida che accompagna gli alcol dipendenti nel loro percorso di guarigione.

Scorrendo i Dodici passi sentì odore di comandamenti […]. Ne dedusse che i comandamenti erano preventivi, come un libretto di istruzioni da consultare prima di cominciare a giocare, mentre passi erano retrospettivi, come un manuale di riparazione per il giocattolo rotto. Se i comandamenti erano il navigatore, e Dodici Passi erano il carro attrezzi.

A. Siccardi, La parola magica, NN Editore, pagg. 176-177.

Ogni racconto presente ne La parola magica è lungo mediamente 12/10 pagine. L’autrice, però, in queste poche pagine riesce a trasmettere il messaggio forte e chiaro. Attraverso le storie di Irene, Leo, Chiara e degli altri quattro personaggi principali, la Siccardi, pone l’accento sulla natura dell’uomo, sull’essenza grezza (mi spingo a dire) che lo caratterizza. L’essere umano è, per sua natura o per suo bisogno, almeno una volta nel corso della vita, dipendente da qualcuno o da qualcosa. Quando ci sentiamo in mezzo ad una tempesta, tendiamo ad aggrapparci ad una persona, ad un oggetto o ad un gesto ripetuto che ci da conforto, ed è così che nascono le dipendenze.

L’autrice, però, da anche un messaggio di speranza: l’uomo, nella sua fragilità, trova la forza di reagire. Quella presente ne La parola magica sono, infatti, storie di rinascita, di consapevolezza e coraggio di ricominciare. La Siccardi crea un percorso che, partendo dalla prima storia attraverso una situazione di tensione e disperazione, arriva all’ultima storia in cui c’è un cambiamento, la presa di posizione nel voler rinascere.

Devo essere sincera, io di solito non leggo racconti; preferisco il romanzo. La parola magica, però, mi ha fatto ricredere. Sono rimasta colpita profondamente da questi dodici pezzi di vita, scritti in maniera semplice ed evocativa. La scrittura della Siccardi, infatti, riesce a toccare le corde più intime del lettore, facendolo rispecchiare nelle vicende personali di Irene, Chiara, Leo o Armen.

La parola magica è un libro che fa bene, leggetelo.

Scheda tecnica e descrizione.

TITOLO: La parola magica

AUTORE: Anna Siccardi

EDITORE: NN Editore

DATA DI PUBBLICAZIONE: Febbraio 2020

PAGINE: 192 (cartaceo)

GENERE: Racconti

PREZZO DI COPERTINA: € 16,00

In una Milano attuale e senza tempo sette personaggi attraversano le dodici storie di questo libro, affacciandosi ognuno alla vita dell’altro di corsa o in punta di piedi. Il passato li ha traditi in maniera sbadata e casuale, e ora tentano di riparare il giocattolo rotto che è la loro esistenza. I demoni con cui fanno i conti sono alcol, serie tv, droghe, relazioni sbagliate e illusioni. Dipendenze che sono diventate malattia e cura insieme, bolle in cui il tempo si ferma, li consola e li inganna. Come capita a Leo, che si risveglia dopo una nottata alcolica e scopre di dovere dei soldi a un malavitoso giapponese; ad Anna e Chiara, che non possono fare a meno di prendersi cura di un padre assente finito in carcere; e a Irene, che cerca nell’ultima seduta dalla psicologa la soluzione alla sua incapacità di amare.
Ispirato ai Dodici Passi degli Alcolisti Anonimi, La parola magica intreccia storie di uomini e donne che si inseguono e si perdono come i personaggi di America oggi. Con un tocco ironico e surreale, Anna Siccardi mette le relazioni sotto la lente dei desideri e delle passioni, e mostra come la felicità si nasconda nel saper accettare e perdonare le cose della vita, lasciandole finalmente andare.

Questo libro è per chi vede i suoi ricordi come un puzzle a cui manca una tessera, per chi preferisce i dialoghi immaginari a quelli reali, per chi crede nel potere magico di certe parole, e per chi cerca una guida per affrontare il buio e lanciarsi nel vuoto, come un trapezista sicuro di trovare una mano ad afferrarlo.

La parola magica

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Un altro tamburo di William Melvin Kelley

Un altro tamburo di William Melvin Kelley edito Enne Enne Editore, affronta una tematica delicata e, per molti versi, ancora attuale: il razzismo, e nello specifico, la lotta delle popolazioni afroamericane per aver riconosciuti i propri diritti al pari di ogni altro essere umano.

Un altro tamburo è ambientato nella seconda metà degli anni 50 in una cittadina immaginaria dell’America. Il protagonista è Tucker Caliban, un nero da sempre al servizio di una famiglia di “bianchi” benestanti, i Wilson. Tucker ad un certo punto decide di comprare tre ettari di terra, proprietà del padrone, per trasferircisi con la famiglia. Tempo dopo, questo terreno sarà distrutto dallo stesso Tucker, che successivamente partirà per altre città più tolleranti. Questo gesto cambierà le sorti dell’intera cittadina. Tutti gli abitanti neri, infatti, seguiranno le orme di Tucker e lasceranno i bianchi a fare i conti con una vita che non sanno vivere.

Questo romanzo parte da un evento specifico (che è l’esodo dei neri) e da questo descrive l’origine di questa situazione paradossale ed originale. L’autore collega eventi, anche molto distanti tra loro, e li fa confluire tutti in un unico filo conduttore. Un altro tamburo descrive le vicende attraverso differenti punti di vista. Ogni capitolo, infatti, esamina diversi personaggio, con diverse emozioni, con un diverso bagaglio culturale ed appartenente ad un diverso ceto sociale; tutti elementi, questi, che inevitabilmente cambiano la visione di tutta la storia. Ogni personaggio, cioè descrive, secondo il proprio metodo di giudizio, la vicenda in maniera differente.

Un discorso a parte va fatto per il finale. La conclusione del romanzo è sicuramente inaspettata. L’ultima parte prende una svolta che fa quasi trasalire (leggendo ho pensato: aspetta, ho capito bene?), succede l’impensabile. È un finale che fa male, si verifica qualcosa che non avrei mai immaginato, che lascia l’amaro in bocca ed un senso di ingiustizia. È un finale, devo ammettere, che mi ha un po’ fatto storcere il naso; voltando l’ultima pagina ho avuto la sensazione che fosse rimasto qualcosa di incompiuto, che non ha nulla a che vedere con un finale aperto, ma è come se ancora si dovessero scoprire tutte le carte in tavola.

Ciononostante, è un libro che mi ha emozionato e fatto riflettere molto. Mi sento sicuramente di consigliarlo a tutti coloro che vogliono immergersi in una storia forte ed affrontare la tematica delicata del pregiudizio e del razzismo.

VOTO: 4-/5

Scheda tecnica e descrizione.

TITOLO: Un altro tamburo

Titolo originale: A different Drummer

AUTORE: William Melvin Kelley

Traduzione italiana a cura di Martina Testa

EDITORE: Enne Enne Editore

DATA DI PUBBLICAZIONE: Ottobre 2019

GENERE: Narrativa straniera

PAGINE: 256 (cartaceo)

PREZZO DI COPERTINA: € 19,00

Alla fine degli anni Cinquanta, in uno stato immaginario dell’America segregazionista, Tucker Caliban vive e lavora nella piantagione della famiglia Willson, come suo padre e i suoi antenati; ma, diversamente da loro, Tucker è riuscito a comprarne una parte.
Finché un giorno, davanti agli increduli abitanti della città vicina, sparge sale sul raccolto, uccide il bestiame e dà fuoco alla propria casa, partendo poi con la famiglia senza voltarsi indietro. Ben presto la popolazione bianca capisce che è solo l’inizio: tutti insieme, come in un corteo interminabile, i neri abbandonano le case e i lavori, prendono automobili e treni, si trasferiscono altrove, a nord. E i bianchi si ritrovano soli con il loro benessere improvvisamente interrotto, incapaci di capire e perfino di immaginare una vita futura che non sanno più come vivere.
William Melvin Kelley ha scritto Un altro tamburo più di cinquant’anni fa, nel momento più aspro della lotta per i diritti civili. E con le voci dei personaggi bianchi, ora dolorose e impotenti, ora attonite e rabbiose, racconta di ineguaglianza e ingiustizia, ma soprattutto di coraggio e amor proprio, consegnando ai lettori un indimenticabile inno alla libertà, a quell’aspirazione senza tempo che ha il potere di cambiare le vite personali e il corso della Storia.

https://www.nneditore.it/libri/un-altro-tamburo/

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Il diner nel deserto: uno romanzo in cui niente è come sembra

Buongiorno cari lettori, stamattina sto qui a parlarvi di un romanzo che deve essere assaporato fino all’ultima pagina per capirne bene l’essenza.

Il libro in questione è “Il diner nel deserto” di James Anderson edito NN Editore.

Scheda.

TITOLO: Il diner nel deserto Titolo originale: The Never – Open Desert Diner

AUTORE: James Anderson Traduttrice: Chiara Baffa

EDITORE: NN Editore

DATA DI PUBBLICAZIONE: Settembre 2018

GENERE: Narrativa straniera

FORMATO: Cartaceo (315 pagine)

PREZZO DI COPERTINA: € 18,00

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VOTO: 4,5/5

Ci troviamo nel deserto dello Utah, col nostro protagonista, Ben Jones, che tutte le mattine si alza all’alba per compiere il solito viaggio, col solito camion (ancora da pagare!), nella solita statale, popolata da qualche sporadica casa. E’ in una di queste case che incontra Claire, una donna che scappa dal marito, con il quale ha affrontato un matrimonio burrascoso. Nella statale 117 si trova anche un bar/ristorante, Premiato Diner nel Deserto, famoso molti anni prima, ma che adesso è sempre chiuso. Questa attività è gestita da Walt, un anziano burbero, taciturno e dal passato misterioso. Grazie ad una serie di colpi di scena, tra rivelazioni inaspettate e collegamenti sbaloriditivi, si delineerà una storia dalla trama accattivante e sorprendente.

Come dicevo sopra, Il diner nel deserto, è un romanzo che va assaporato pagina per pagina fino all’ultima per riuscire a coglierne pienamente il sapore.

Leggendo la prima parte del libro, ero abbastanza perplessa sul contenuto. Il diner nel deserto mi stava piacendo molto, strutturato bene, un bello stile, storia anche, ma c’era un qualcosa, che non riuscivo a capire, che mi faceva un po’ storcere il naso. Era come se ci fosse un anello mancante, una sorta di collante che legasse fra loro i vari pezzi del romanzo. Questo qualcosa in più verrà ben spiegato (e svelato!) nella seconda parte della storia.

Come anticipato dal titolo, l’elemento che si evince dal romanzo è proprio l’aspetto dell’apparenza che il più delle volte non coincide con la realtà. Infatti, personaggi così tranquilli, che hanno scelto la solitudine del deserto come luogo dove passare la propria vita, possono rivelarsi talmente distanti da come appaiono, da cambiare, quasi, identità. Le vite di Ben, Claire, Walt, e tutti gli altri, saranno legate da un avvenimento del tutto particolare, i cui risvolti finali saranno alquanto imprevedibili e sconvolgenti.

Anderson, a mio avviso, riesce, attraverso una scrittura semplice, e all’apparenza superficiale, a trasmettere quel senso profondo, insito nell’uomo, di essere accettato, di rispondere a quelle convenzioni sociali che basano tutto sul profitto economico. L’aspetto del denaro viene infatti trattato più volte all’interno del romanzo. Anderson, però, mette in risalto anche la vera essenza dell’uomo, l’amore, la passione che lo spinge ad aiutare l’altro mettendo a rischio persino se stesso.

Una cosa che mi è piaciuta molto è stata la grande abilità dell’autore di far vivere l’atmosfera narrata; durante la lettura del romanzo mi è sembrato di sentire sulla mia pelle i granellini di sabbia trasportati dal vento, il sole caldo del mezzogiorno, così come le forti alluvioni che travolgono tutto quello che incontrano.

Mi sento di consigliare questo romanzo a tutti coloro che vogliono leggere un libro di facile lettura, ma che allo stesso tempo mette le basi per una riflessione più profonda…

… e ricordate: non si può scappare dal proprio passato nemmeno isolandosi nel deserto!

Descrizione.

Ben Jones è un camionista sull’orlo della bancarotta che effettua consegne lungo la statale 117 del deserto dello Utah, una terra ospitale solo per chi ha scelto di isolarsi dal mondo. Un giorno Ben incontra Claire, che si nasconde dal marito in una casa abbandonata e suona le corde di un violoncello invisibile. L’amore per Claire porta Ben a stringere amicizia con Ginny, un’adolescente incinta in rotta con la madre, e a fare i conti con il burbero affetto di Walt, il proprietario di un diner nel deserto chiuso da anni in seguito a un terribile fatto di sangue. Tra rivelazioni inaspettate, scomparse improvvise e il furto di un prezioso strumento musicale, tutti incontrano il proprio destino, cieco come le alluvioni che allagano i canyon rocciosi.

Il diner nel deserto

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Leggere Ovidio a Miami: si può? Meglio sole che nuvole

Buongiorno lettori! Quale miglior modo per iniziare la giornata se non parlando di un bel libro?

Oggi vi voglio parlare di “Meglio sole che nuvole” di Jane Alison edito NNEditore. Devo dire che è stato un libro che mi ha piacevolmente sorpreso.

TITOLO: Meglio sole che nuvole (titolo originale: Nine Island)

AUTORE: Jane Alison (traduzione a cura di Laura Noulian)

EDITORE: NNEditore

DATA DI PUBBLICAZIONE: Giugno 2018

GENERE: Narrativa straniera

FORMATO: Cartaceo

PAGINE: 268

PREZZO DI COPERTINA: € 18,00

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Voto: 

Di cosa parla?

J, la protagonista di questo libro, nel mezzo del cammin della sua vita ha deciso di congedarsi dall’amore. Il suo matrimonio è fallito, non ha figli, e l’ultimo incontro con Sir Gold è stato un disastro, così come i tentativi di ritrovare le sue vecchie fiamme. J torna allora a Miami, ai cieli blu della città di vetro, agli orizzonti sfarzosi della baia dì Biscayne, e si prende cura di un gatto e di un’anatra malandati mentre osserva i bizzarri inquilini del suo grattacielo e traduce brani di Ovidio. Le eroine delle Metamorfosi, trasformate dall’amore in piante, pietre o mostri, la guidano alla scoperta dei suoi sentimenti e nella ricerca di uomini da amare solo con la fantasia. Finché un giorno, scrutando il balcone del ventiduesimo piano, vede una donna dalla chioma biondo platino che lascia cadere qualcosa nel vuoto… Con una scrittura poetica e sensuale, Jane Alison racconta di una donna delusa dagli uomini, che esplora le terre instabili del cambiamento e della solitudine per riprendere in mano la sua vita e accettare, finalmente, il suo desiderio di amare ed essere amata.

Anche correndo si può restare immobili.

O anche restando immobili si può correre.

  • J. Alison, Meglio sole che nuvole, pag. 163

Cosa penso io?

Il romanzo inizia con la protagonista che percorre le grandi autostrade americane per recarsi a Miami dove da anni vive in un condominio alquanto singolare (e anche un po’ bizzarro). Si porta con se Buster, un vecchio gatto malato e Ovidio, lo scrittore classico di cui deve tradurre le opere. J. infatti, è una traduttrice con un matrimonio fallito alle spalle e figure genitoriali problematiche.

Il personaggio di J. potremmo definirlo come un’accumulatrice seriale di uomini sbagliati. Dopo la fine del suo matrimonio ritorna a cercare le vecchie fiamme avute nel periodo della gioventù. Relazioni più che altro sbagliate che le fanno perdere sempre più l’autostima.

Be’ sì, è vero: sei partita sapendo di cosa eri fatta e sapendo che volevi continuare a essere così – di pietra – poi però un giorno di punto in bianco è arrivato qualcuno che ti ha squarciata e lì dove prima eri compatta adesso c’è un vuoto.

  • J. Alison, Meglio sole che nuvole, pag. 66

Nella protagonista troviamo quella paura di rimanere sola, ma soprattutto il timore di diventare come sua madre, una donna ormai ottantenne, con problemi di salute quasi invalidanti, rimasta sola in balia di sé stessa. J. è cresciuta in un clima familiare molto problematico. Oltre alla figura “particolare” della madre, ha avuto un padre biologico che l’ha subito abbandonata e un padre adottivo che, presumibilmente, ha abusato di lei.

E Ovidio?

J. mentre lavora alla traduzione degli scritti del poeta greco, scopre quanto in realtà siano attuali. Ma soprattutto, Ovidio diventa il suo confidente personale, colui che da consigli di vita e che le farà capire che non si deve per forza avere una relazione per star bene. Le insegnerà a fare pace con sé stessa.

La scrittura utilizzata dalla Alison è, a mio avviso, innovativa; utilizza un linguaggio ironico e semplice, quasi elementare. La particolarità di questo romanzo è la mancanza del dialogo. Non sono presenti discorsi diretti, ma l’autrice fa dialogare i vari personaggi usando espressioni del tipo “.. ha detto..”, “..mi ha chiesto..” ecc..

Il particolare stile narrativo rende il romanzo leggero e rilassante. E’ una lettura molto piacevole; una storia che lega il lettore in maniera sempre più forte, man mano che la storia si evolve, per arrivare al culmine nell’ultima parte, in cui è l’emozione a fare da padrona.

Concludo dicendo che Meglio sole che nuvole è un buon romanzo che non impegna moltissimo, ma riesce a regalare belle emozioni e riflessioni.