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Eve Ensler e la sua lotta per le donne

Eve Ensler è una drammaturga statunitense nata a New York nel 1953. Trascorre un’infanzia molto dolorosa caratterizzata dalle violenze sessuali del padre e l’omertà della madre.

Questo suo trascorso traumatico è al centro della sua autobiografia “Chiedimi scusa” pubblicato in Italia da Il Saggiatore. In questo libro la Ensler si scrive quelle scuse che il padre non le ha mai detto. È, quindi, un testo epistolare scritto in prima persona; dentro troviamo lo sfogo di tutta quella rabbia che l’ha accompagnata nel suo percorso di vita.

Nel leggere Chiedimi scusa non ho trovato odio, ma forse qualcosa di più forte: un sentimento sordo e gelido che non sconfina, appunto, nell’odio che lacera chi lo prova; no la Ensler non vuole più soffrire, quindi rimanda al padre quella sorta di indifferenza che serve a condannare.

Questa esperienza di stupro e di violenza porta però l’autrice a schierarsi dalla parte delle donne tradite, maltrattate, umiliate da mariti, fratelli, padri e per motivi assurdi, di genere, politica e religione.

Nasce, per questo motivo, “I monologhi della vagina” (pubblicato in Italia sempre da Il Saggiatore). Si tratta di un testo teatrale che, attraverso le storie di centinaia di donne intervistate, indaga e denuncia i soprusi subiti da queste ultime, ma anche ne proclama i diritti. L’autrice raccoglie tutte queste testimonianze e le raggruppa per tematiche. Ci troviamo a ridere, infatti, con la vecchietta che scopre il piacere sessuale in tarda età, ci commoviamo con chi ha deciso di non provarlo più, ci indigniamo ed arrabbiamo leggendo la storia di una donna di “conforto“. I monologhi della vagina è un testo potente, diretto, molto doloroso ma necessario, che tutti dovrebbero leggere, uomini compresi, perché è giusto che anche questi ultimi facciano sentire la loro voce a difesa delle migliaia di donne abusate quotidianamente.

Da questo lavoro nasce e prende forma il V-day, un movimento culturale avviato il 14 febbraio 1998 “con una rappresentazione di beneficenza dei Monologhi della Vagina all’Hammerstein Ballroom di New York che vede esauriti tutti i 2500 posti del teatro, raccogliendo 250mila dollari per i gruppi locali antiviolenza.

Il V-day, attraverso spettacoli, rappresentazioni e manifestazioni funge da amplificatore per le voci di tutte quelle donne e bambine abusate, umiliate, violentate e mutilate, affinché tutto questo orrore cessi di esistere. Tra le tante cose, il V-day raccoglie fondi per la costruzione di scuole, orfanotrofi, ospedali e centri di accoglienza.

Io credo che Eve Ensler sia l’esempio vivente di come l’animo umano possa aiutare e non ledere, costruire e non distruggere. Ha raccolto il suo dramma per dar voce e riscattare donne violate come, o peggio di, lei.

Se è vero che dal letame può nascere un fiore, in lei è nato.

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Recensioni

Recensione: Ho deciso che devi morire

Buonasera cari lettori, oggi vi parlo di una mia ultima lettura, una novità Giovane Holden Edizioni, che mi ha scosso e non poco.

TITOLO: Ho deciso che devi morire

AUTORE: Natalia Lenzi

EDITORE: Giovane Holden Edizioni

DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 aprile 2018

PAGINE: 168 (cartaceo)

GENERE: Racconti

PREZZO DI COPERTINA: € 13,00

VOTO: ♥♥♥♥♥

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SINOSSI. Non può essere un errore, un eccesso, un attimo di follia, un’imprevedibile tragedia. Presentarsi a un incontro riparatore con un anello in una mano e un coltello nell’altra, carezzare per poi picchiare con uno schiaffo, un pugno, un calcio, significa aver già deciso, aver già messo in conto la possibilità di uccidere. Racconti che narrano le storie di donne tradite dalla vergogna, ammaestrate dalla paura, domate dall’incertezza, abbagliate dal bisogno d’amore, prigioniere del silenzio, spettatrici della loro stessa esistenza. Donne di ogni età, di ogni estrazione sociale, di ogni livello culturale. Donne che subiscono, che combattono, che si ribellano. Donne che a volte si riscattano, riappropriandosi di sé stesse e della propria vita. Donne che muoiono. Storie di una società che preferisce allevare delle femmine invece che crescere delle Donne; una società dove i maschi, e non certo gli Uomini, credono nel possesso invece che nel rispetto e confondono la forza con l’esercizio della violenza. Dodici vite narrate in prima persona o raccontate da madri, sorelle, figli; superstiti di un amore tradito. Esistenze di donne sconosciute che si intrecciano, tra presente e passato, accomunate dal dolore e dal coraggio, dall’incredulità nell’accettazione della realtà e dalla forza di vincere il primo e più importante dei conflitti, quello con sé stesse. Ogni racconto focalizza un aspetto della battaglia che ognuna di queste donne, imperfette, illuse, forti, deboli, combatte contro la vergogna, contro il senso di inadeguatezza, di incapacità, contro il senso di colpa, contro il terrore della solitudine, contro il ruolo al quale sembrano essere destinate.

LA MIA OPINIONE. Questo libro è una raccolta di dodici racconti, uno diverso dall’altro ma che vanno tutti a trattare un unico tema, un terribile tema, oggi purtroppo molto diffuso: il femminicidio.

Sono storie di sofferenza, di rassegnazione, di paura, ma anche di coraggio, forza e voglia di vivere.

Leggendo questo libro, si può benissimo notare la presenza di alcuni fattori comuni in storie, a prima vista, differenti. Uno fra tutti, “il troppo amore“. Un amore che dai primi approcci sembra paragonabile a quello che si legge nelle fiabe, ma che gradualmente, quasi in maniera impercettibile, si trasforma in qualcosa di molto meno nobile, ma soprattutto malato.

Questa raccolta di storie, mi ha permesso di riflettere su qualcosa che sì, ci turba, ci indispone, persino inorridisce, sentendolo nei vari quotidiani, ma che subito accantoniamo perché è qualcosa di lontano da noi. Le donne vittime di queste barbarie (fatemi passare il termine) sono comunissime donne, di ogni età e ceto sociale, con l’unica sfortuna di essersi innamorate di un carnefice che, nella più triste delle ipotesi, toglierà loro la cosa più cara in assoluto che una persona possiede: la vita.

Questi racconti però, non si soffermano soltanto sul rapporto vittima – carnefice, ma anche su tutto quello che ne consegue. Parla degli orfani speciali, figli di queste madri e di questi padri. Uccise le une, carcerati o suicidi gli altri.

Quando cerchiamo i nonni, gli zii e i cugini paterni, nella speranza di rimanere aggrappati ai brandelli della nostra realtà, l’altro ramo della famiglia non capisce. Quando rifiutiamo ogni contatto con la famiglia di nostro padre, questa si sente derubata, colpevolizzata ingiustamente amputata e non capisce. Siamo vittime dei nostri genitori e siamo l’inevitabili vittime dell’astio di ciò che resta delle nostre famiglie. Quando siamo soli, quando i nostri nonni sono troppo vecchi, troppo poveri, quando non abbiamo zii e cugini, diventiamo merce nelle mani di estranei che decideranno per noi. […] Siamo i figli di un femminicidio.

  • N. Lenzi, Ho deciso che devi morire, pag. 144

Anche questo è femminicidio. Bambini, ragazzi innocenti, costretti a pagare i conti di un uomo, loro padre, che ha fatto quello che nessuno dovrebbe mai fare: uccidere un altro essere umano, un atto terribile aggravato dal fatto che si tratta proprio della loro madre.

Potrei stare a parlare di questo argomento per ore, in quanto ne sono molto sensibile, ma poi correrei il rischio di perdere di vista l’obiettivo e cioè parlarvi delle qualità di questo libro.

Un aspetto che ho trovato sensazionale è stato il fatto che, nonostante sia stato scritto dalla stessa mano, i racconti variano moltissimo dal punto di vista stilistico: alcuni seguono un ritmo più veloce, altre si soffermano su alcuni aspetti e rallentano narrazione; il linguaggio, in alcune storie è più maturo, in altre è più ingenuo, come quello usato dai bambini. Credo sia una dote non comune a molti.

Concludo dicendo che è un libro che consiglio di leggere assolutamente. E’ un argomento che va trattato, discusso e conosciuto, (perché quello che a noi arriva è solo la punta dell’iceberg) e credo che la Lenzi può darcene una descrizione molto esaustiva.