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Segnalazione: La bellezza di cui hai bisogno

TITOLO: La bellezza di cui ho bisogno

AUTORE: Francesco Rossi

EDITORE: RiStampa Edizioni

GENERE: Introspettivo/ Motivazionale

FORMATO: Cartaceo

PAGINE: 134

Rossi I di Cop

“Iniziare a scrivere questo libro per me è stato come aprire un rubinetto e far scorrere via il flusso di pensieri che per tanti anni erano ben saldi nella mia mente. Dentro ogni singola storia e ogni singola parola ho messo tutto me stesso, tutto il mio cuore. Chi legge questo libro entra in una realtà nuova perché raramente si riesce ad entrare in empatia pura con chi scrive: io parlando in prima persona con chi legge voglio proprio che ci si facciano domande dentro di sè e si diano successivamente delle risposte. Ad aiutare questo percorso verso la bellezza e l’apprezzare finalmente quanto di bello e nascosto c’è dentro di noi, metto al servizio del lettore alcune mie esperienze personali cercando di far capire quanto è stato importante per me incontrare e ricevere lo “sguardo di bellezza” da alcune persone. Si parla di amicizia, di amore e di capacità che tutti abbiamo di rendere questo mondo migliore. C’ è chi siamo tutti, nessuno escluso”.

Francesco Rossi

SINOSSI: si dice che la vita, l’amore la bellezza si presentino agli occhi degli uomini sotto la forma dolce di un incontro di sguardi .A tutte le persone è capitato di avvertire questa sensazione sulla propria pelle, ma molto spesso non siamo stati capaci di leggere nel profondo il messaggio che quegli incontri ci volevano lasciare. Tutto quello che avviene il nostro scorrere quotidiano abituale in realtà è bellezza e tutto è stato creato per un motivo: far splendere la luce che è dentro di noi per donarlo agli altri. Con questo libro l’autore, tramite un dialogo unilaterale con il lettore, cerca di far capire a leggere meglio tra le righe i messaggi della vita e ad apprezzare le persone che possono aiutarci a valorizzare ciò che davvero c’è di unico in noi , con un’analisi specifica del suo pensiero sull’amore sull’amicizia. Capire la propria bellezza per donarlo agli altri, un lavoro difficile da fare con noi stessi ma così fondamentale per vivere una vita piena ed in abbondanza.

Vi lascio un piccolo estratto.

“Pensa che su questo terra sono passate 60 miliardi di persone circa e nessuno ha le impronte digitali uguali all’altro, il che significa che devi lasciare una impronta che nessun altro può lasciare. Come te, nessuno. Quindi se tu non sei inizio di qualcosa di.unico, hai persona un’occasione…”.


BIOGRAFIA DELL’AUTORE: Rossi Francesco è nato a Rieti il 10 settembre 1991.  Conclusa la maturità classica si trasferisce dal suo Paese Contigliano a Roma per concludere gli studi giuridici. Attualmente lavora come consulente presso società di promozione e sviluppo del progetto Bitcoin in Italia. Grande appassionato di politica e sociologia scrive il suo primo libro “la bellezza di cui hai bisogno”, realizzando uno dei suoi più grandi sogni: mettere nero su bianco i suoi pensieri sulla società contemporanea.

Vi ho incuriosito? Scrivetemi cosa ne pensate!!

Alla prossima, Daisy.

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Segnalazione: Mai più senza

Salve a tutti miei cari readers!! Oggi ho un annuncio importante da farvi! Vi presento in anteprima assoluta un libro che uscirà (nientepopodimeno) per il Salone del Libro di Torino.

TITOLO: Mai più senza

AUTORE: Giuseppe Calzi

EDITORE: Dark Zone Edizioni

GENERE: Horror/Thriller psicologico

DATA DI PUBBLICAZIONE: 10 maggio 2018 (Salone del Libro di Torino)

FORMATO: ebook e cartaceo

PAGINE: 288

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Il passato non può essere cambiato.

SINOSSI. Il passato non può tornare, il passato non può essere cambiato. Nemmeno i sogni hanno un tale potere. Eppure i sogni possono cambiare qualcosa di molto più importante: presente e futuro.

Quali nefaste conseguenze si potrebbero scatenare nell’esistenza di un individuo privato della possibilità di sognare?

Gregory Leali vive a New Castle, nel cuore del piccolo e riservato stato del Delaware, Stati Uniti. La sua vita, solo all’apparenza tranquilla e priva di preoccupazioni, in realtà sta sprofondando e qualcosa è sul punto di aprire una piccola porta, dimenticata socchiusa da troppo tempo nella sua testa. E’ qualcosa di terribile, di assolutamente inspiegabile. E’ una sensazione forte, capace di scatenare un terrore impossibile da affrontare, tanto meno da vincere. Ha già provato il sapore sgradevole e oltre modo inquietante di certe emozioni che scavano nella sua personalità, ma quando? Eventi passati tornano in superficie, galleggiano sopra il pelo dell’acqua, come il cadavere di uno sconosciuto che Greg rinviene al Punto, il parco cittadino di New Castle. C’è davvero un sottile filo che lega tra loro momenti lontani della sua esistenza? Nero e silenzio, ecco cosa si nasconde dietro quella maledetta porta. Gregory sa benissimo che chiudere gli occhi e provare anche solo a concepire un nero e un silenzio tali va ben oltre i limiti della follia. Essere avvolti dalla mancanza totale dei sensi e da un vuoto assoluto, eppure pienamente consapevoli e coscienti di sé…

Eventi inspiegabili, una serie di indizi ambivalenti e l’incontro con Michael Russell, personaggio disarmante e per certi versi complice e inquisitore allo stesso tempo, porteranno Gregory all’apertura di una serie di cassetti chiusi a chiave all’interno dalla sua mente, dai quali emergeranno spicchi di ricordi di un passato che pareva perso e dimenticato, come se non fosse mai esistito. L’amico Vince Costello e la nuova vicina di casa, Violet Alnwick, saranno in grado di spezzare le trame di un destino segnato da qualcosa successo al Gregory di un tempo, al bambino che fu Greg?

Nero e silenzio devono essere affrontati, perché questa per Gregory è l’ultima fermata. E l’esito di tutto ciò non può che passare dall’ultimo ricordo, dall’ultimo sogno vissuto, da qualcosa che era stato spezzato ai tempi di un’infanzia lontana. Da un profondo rapporto di amicizia rimosso e cancellato dalla brutalità del destino. La sottile linea che separa vittoria e sconfitta, vita e morte, potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

Non tutto ciò che di negativo ci accade deve essere per forza dimenticato e rimosso. Credo che spesso, ben nascosto dietro momenti delicati, magari oscuri e velati da sensazioni pessimistiche, possa nascondersi qualcosa che può apparirci chiaro solo in un futuro molto lontano.

Mai più senza è dedicato a chi ha saputo guardare oltre, oppure ci sta provando. A chi ha saputo vedere, a chi ha saputo ritrovare qualcosa che pareva smarrito, dimenticato per sempre.

E ancora di più, è dedicato a chi non sa neppure cosa va cercando, ma che sente la necessità di trovare quei segni che hanno la capacità di rinnovare una persona. A chi ha perso qualcosa, a chi ha perso qualcuno; a chi crede che avendo perso qualcosa o qualcuno, tutto sia svanito, finito per sempre. A chi lotta in silenzio, convinto che non vi possa essere una vittoria, convinto che il futuro sia un cancello chiuso. A tutti quelli che hanno vinto ma anche, e soprattutto, a chi purtroppo ha gettato la spugna.

È dedicato a coloro che vivono con la speranza rinchiusa in un angolo buio e lontano, sigillata in un vecchio scatolone logoro, da qualche parte della propria mente.

Giuseppe Calzi

Di seguito troverete un piccolo estratto, giusto per farvi un’idea di quello che potrete leggere a partire dal 10 maggio.

No, Michael Russell non poteva capire. Nessuno poteva capire.

«Da quanto tempo stai andando avanti così?» insistette guardandolo negli occhi.

Gregory cercò di sfuggire a quello sguardo a metà strada tra l’ammonitore e il divertito.

Il brusio del locale sembrava sempre più vago. Il mal di testa si stava trasformando in un ritmico pulsare delle tempie, come quella sensazione strana, ma eccitante, che gli capitava spesso quando era ragazzo, seduto in uno dei carrelli delle montagne russe, lungo la lenta salita che conduceva il convoglio sulla sommità della struttura. Si sentiva come se quel viaggio a tutta velocità, ancorati a un’esile lingua d’acciaio, potesse davvero avere inizio da un momento all’altro.

E se doveva essere, che fosse.

Si aggrappò alla barra di metallo in attesa della discesa da imboccare e rispose: «Un paio di settimane. Forse un mese o giù di lì».

Era possibile continuare a mentire, nonostante i buoni propositi?

Ne seguì una risata distorta da parte di Michael, un suono carico di qualcosa di molto simile allo scherno. Quella risata ebbe l’effetto di dare un altro strattone verso l’alto al convoglio. Greg poteva quasi sentire l’aria tra i capelli, la stessa che da ragazzo lo riempiva di adrenalina e lo caricava d’attesa. Michael lo fissava con quegli occhi scuri e quel volto spigoloso che a Greg davano l’impressione di essere severi e benevoli allo stesso tempo.

«Da quanto?»

«Non lo so esattamente», rispose alzando le spalle.

«Mesi, Gregory? Io credo anni.»

Cosa poteva saperne quello sconosciuto?

«Situazioni come la tua si trascinano per molto tempo. Ma arriva un momento in cui devi prendere una decisione.»

Il volto di Greg era immobile. Sembrava quasi che quell’uomo potesse leggergli dentro.

E se ci fosse passato anche quel tizio prima di lui?

«Era da tempo che non mi accadeva di pensare a qualcosa di così angosciante», disse Gregory mentre vedeva il culmine di quella montagna russa venirgli incontro.

Michael annuì, come per incoraggiarlo a parlare. Alle loro spalle, il vociare della gente, il tintinnio di bicchieri e piatti spostati, il rumore del legno sotto le suole delle scarpe, erano diventati suoni lontani e alieni. Era come se lui e Michael Russell si stessero allontanando.

«Così buio», proseguì Greg nonostante la gola riarsa che gli rendeva difficile tenere un tono di voce normale. «Il nero e il silenzio sono cose impossibili da accettare. Fanno impazzire. All’inizio pensi che sia come chiudere gli occhi ed essere in una stanza buia e priva di rumore…»

Fece una pausa e deglutì, gli occhi fuori dalle orbite. La secchezza in fondo alla gola era quasi dolorosa. Il convoglio era davvero prossimo al culmine. A breve sarebbe arrivato quell’intenso istante di sospensione, il momento in cui la salita termina e si è consapevoli che il mondo sta per iniziare a scorrerti di fianco a una velocità impensabile lungo quella sottile striscia d’acciaio, l’unico vincolo tangibile con il suolo.

L’unico vincolo tangibile con la realtà.

«Niente di più sbagliato. Ti spingi un poco oltre e senti che quel buio e quel silenzio sono neri, sono inconsistenti, non esistono punti di riferimento. Non hai occhi, non hai orecchi; assolutamente nessun odore, il gusto non esiste e quel nero non può nemmeno essere annusato o toccato. Il concetto di tatto non è previsto. Tu non esisti, sei solo parte del nero. Ma sai quale è la cosa che più ti manda in orbita il cervello quando arrivi a quel punto?»

La discesa era iniziata, l’aria in faccia gli toglieva il respiro. Era su una montagna russa infernale.

Inoltre se non volete perdere nessuna uscita collegatevi al sito:

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Daisy!

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Rcensione: Vendemmia rosso sangue

TITOLO: Vendemmia rosso sangue: lo strano caso del morto che parla

AUTORE: Maurizio Castellani

EDITORE: Self Publishing

DATA DI PUBBLICAZIONE: Ottobre 2017

PAGINE: 155

VOTO: 4-/5

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DESCRIZIONE DEL LIBRO. Per chi ancora non avesse letto il romanzo giallo “La Ventiquattrore – Delitto in albergo”, mi presento: mi chiamo, anzi mi chiamano perché io non mi chiamo mai, Marco Vincenti e sono un normalissimo e tranquillo ex Geometra di provincia che, grazie alla zia Maria e pace all’anima sua, ha ereditato e gestisce un piccolo albergo nel Comune di Casciana Terme.

Ed è proprio in questo albergo che iniziò, con l’aiuto di due amici e circondato, si fa per dire, da diverse donne, la mia attività di investigatore.

L’autore, forse stuzzicato dal fatto che la Toscana è terra di grande letteratura ma anche di ispirazione per best-seller internazionali a tinte forti, un giorno si svegliò con l’idea di mettersi a scrivere un racconto giallo, e fra i tanti aspiranti ha scelto proprio il sottoscritto per interpretare il suo personaggio principale.

Ne “La ventiquattrore – Delitto in albergo”, insieme a due amici inseparabili, a un Maresciallo dei Carabinieri e alla bellissima Grazia, riesco a fare luce sul primo di una serie di fatti criminali che avverranno nella località.

Dal primo delitto sono trascorsi alcuni mesi, periodo in cui l’albergo ha lavorato a pieno ritmo. Il paese, senza più giornalisti, fotografi e curiosi “della peggio specie”, stava tornando piano piano alla sua normalità e le giornate si susseguivano una all’altra nella tranquillità più assoluta.

Con la Grazia c’era stato un “contatto”, ma poi non si era mosso più niente e io mi ero sempre di più dedicato all’albergo e alle cene del venerdì sera con gli amici.
Tutto fino a questa mattina, quando con la scusa: “Ciao Marco è un po’ che non ci si vede…”, l’autore entra in albergo, e chiedendomi un caffè si sistema in saletta, proprio nell’angolo riservato ai “tre detectives”.

Questa volta il caso da risolvere è più arduo, più complicato… l’autore vuole metterci alla prova, vuole capire fino a che punto possono spingersi le nostre menti, e alla fine si riterrà soddisfatto. Era plausibile, inevitabile, che finisse così, del resto nulla si può contro “il club dei detective”.

Piero e Andrea dimostreranno doti investigative più raffinate rispetto al passato, anche se prediligeranno l’azione al pensiero; il Maresciallo, fidandosi sempre più del trio, stringerà con noi un patto segreto, mentre io costretto a non muovermi dall’albergo per l’assenza di Grazia, arriverò alla soluzione del caso solo per osservazione e rigorosa deduzione logica.

LA MIA OPINIONE: Comincio subito col dire che questo è un bel romanzo giallo con delle caratteristiche che lo rendono molto particolare rispetto al genere.

Innanzitutto, già dalla descrizione del romanzo si può capire bene lo stampo con cui viene scritto e come l’autore vuole comunicare col proprio lettore. Il linguaggio si presenta, lungo tutta la durata della narrazione, per lo più ironico, intervallato da tratti in cui spiccano espressioni tipiche del dialetto toscano. Nella descrizione e nel modo di agire del protagonista, Marco Vincenti, e degli altri personaggi (i partecipanti al club dei detectives) si sente molto la loro appartenenza regionale; questo contribuisce a far appassionare ancora di più il lettore alle vicende che si susseguono nel corso della storia, abbattendo del tutto quella distanza lettore/narratore che talvolta si crea. La narrazione procede abbastanza veloce ed in maniera scorrevole. Non sono presenti dispersioni e l’autore mostra la capacità di accompagnare chi legge alla risoluzione degli enigmi assieme al protagonista.

La storia inizia col nostro protagonista che una mattina, mentre si reca in albergo, trova un uomo che in punto di morte gli sussurra delle parole nella sua lingua di origine. Da qui prenderà corpo tutta la vicenda che porterà il nostro astuto Vincenti a venire a capo dell’intera faccenda.

Un aspetto che mi è piaciuto molto e che ho trovato abbastanza originale, è la presenza di ricette culinarie durante tutto il racconto. Questo modo è utile per consentire al lettore di assimilare gli ultimi avvenimenti in modo da non creare confusione. Non mancano i momenti di suspense, soprattutto nei capitoli finali.

Consiglio questo libro a tutti; anche a coloro che non amano tantissimo questo genere perché questo linguaggio ironico contribuisce a smorzare la tensione e alleggerire quei tratti del genere che possono risultare pesanti ad alcuni.

Potete acquistare questo libro nei maggiori stores online, sia in versione digitale che in copia cartacea.

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Hey Jude

Buonasera cari lettori, oggi vi presento un libro che ancora non è disponibile in commercio ma che, tramite pre-ordine, potrete acquistare sul sito di bookabook. A me la trama stuzzica parecchio, ma lascio decidere voi!!

TITOLO: Hey Jude

AUTORE: Raffaella Macchi

EDITORE: Bookabook (Crowdfunding)

DISPONIBILE SIA IN VERSIONE CARTACEA CHE EBOOK

Ero costretta a letto da un infortunio e la mia vita era in standby. Ogni mattina però mi si presentava Eleonora. Una giovane donna come tante, piena di aspirazioni e paure, che è diventata la protagonista del romanzo che ho sempre voluto scrivere. Ognuno di noi può sentire la necessità di rifugiarsi in un libro o un film, per continuare a credere di essere artefice del proprio futuro.

Mi auguro che questo libro sia quel rifugio capace di spingere il lettore a conquistare la vita che vuole.

– Raffaella Macchi

SINOSSI: Eleonora sta per compiere trent’anni. È un giovane avvocato di Milano che recita con scarsa convinzione la parte della donna in carriera in uno studio legale prestigioso, nevrotico e competitivo. La sua vita sentimentale è una costellazione di disastrosi appuntamenti al buio tanto che, quando alla sera torna a casa dal lavoro, alla realtà preferisce i libri di Jane Austen e i film con Jude Law. È lui l’unico uomo nella sua vita, che nella sua immaginazione le parla e la ama anche a schermo spento. Il tempo però passa inesorabile: Eleonora è terrorizzata all’idea che questo compleanno rappresenti un definitivo salto nell’età adulta. Ci sono ancora troppe cose da risolvere. Dopo aver guardato per l’ennesima volta un film con l’amato Jude in cui i protagonisti fanno scambio di casa, impulsivamente decide di fare la stessa cosa. Risponde a un annuncio online, offrendo il suo appartamento nel centro di Milano a Charles, il proprietario di un piccolo cottage nel Surrey. Eleonora si ritrova così, per la prima volta in tutta la sua esistenza, immersa in una dimensione a lei del tutto sconosciuta, scoprendo dentro di sé una inaspettata pace. Vivere nella casa di un perfetto estraneo si rivela un’esperienza intima e intrigante allo stesso tempo. Con il passare dei giorni Eleonora è sempre più incuriosita dalla figura di Charles, del quale, nonostante quotidiani scambi di mail, continua a sapere ben poco… In questo romanzo, la conquista di una dimensione di felicità interiore si trasforma nella possibilità di amare di nuovo.

Per darvi un’idea di cosa sto parlando vi lascio un breve estratto.

L’unica cosa positiva di questo ultimo anno di vita è che ho finalmente compreso alcune fondamentali e imprescindibili regole, che mi devo imporre di tenere sempre bene a mente:

1) Gli opposti si attraggono ma molto rapidamente si respingono causando violenti litigi.

2) Quell’istinto, tipicamente femminile, di crocerossina capace di salvare l’uomo bello e dannato è una pulsione masochistica e autodistruttiva perché quel genere di uomo è estremamente felice di essere così e non ha nessuna intenzione di redimersi.

3) L’illusione che l’eterno Don Giovanni – Peter Pan che ha conquistato milioni di donne, ma non si è mai innamorato di nessuna di loro, imparerà ad amare proprio noi, è un miraggio ingannevole e illusorio perché presto o tardi – anzi molto presto – ci tradirà con l’ennesima femmina pronta a cadere ai suoi piedi.

4) Il ragazzo che non ci cerca e non ci richiama dopo una o due serate trascorse insieme non è timido e insicuro, ma semplicemente non interessato, ragion per cui è senz’altro più dignitoso lasciarlo andare.

5) L’uomo che dichiara che al momento deve pensare soprattutto al lavoro e alla carriera non ha voglia di impegnarsi, quatnomeno con noi.

Detto questo, sono giunta alla conclusione che trovare il vero e grande amore della vita sia un po’ come vincere al Superenalotto.

Per pre-ordinare una copia, cliccate su questo link: https://bookabook.it/libri/hey-jude/

 

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L’Urlo del Danubio

TITOLO: L’Urlo del Danubio: viaggio dell’anima sui binari della memoria storica

AUTORE: Marinella Tumino

EDITORE: Operaincerta editore

DATA DI PUBBLICAZIONE: Gennaio 2018

PAGINE: 127

VOTO: 4,5/5

Il Treno della Memoria è nato appositamente per far sì che si possa uscire dall’indifferenza, per evitare che davanti all’assurdo ci si volti dall’altra parte, per affrontare il presente ed essere responsabili del nostro futuro.

Marinella Tumino

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SINOSSI: La memoria storica è testimonianza del passato, insegna la fecondità del sacrificio e celebra il trionfo della spiritualità. “L’urlo del Danubio” ripercorre con un treno immaginario un viaggio interiore effettuato dall’autrice nei luoghi della disumanità: dal campo di Dachau all’alloggio segreto di Anne Frank e poi ancora dalla risiera di San Sabba a Trieste ai quartieri ebraici di Ferrara, Roma, Budapest. Ripercorrere i binari della memoria storica è un modo per tenere vivo il ricordo di ciò che è stato ma soprattutto per far sì che simili tragedie non debbano accadere mai più. “Ne plus jamais!”, come recita il severo monito che ora sovrasta il lager di Dachau e, idealmente, tutti i luoghi di sterminio e di offesa dell’uomo.

LA MIA OPINIONE: io credo che questo sia uno di quei libri che tutti dovremmo leggere; quei libri che vanno letti a prescindere del proprio genere preferito. Il lettore partecipa a questo viaggio, è un passeggero che percorre quei luoghi un tempo animati solo da terrore e dolore, assieme all’autrice.

Le scene descritte, gli ambienti rappresentati prendono vita. Mi sono ritrovata a visitare la casa dei Frank, a toccare la pareti che per anni sono state testimoni della vita segreta di Anna, prima di raggiungere il triste epilogo che tutti sappiamo; ho calpestato anche io, insieme alla scrittrice ed ai suoi alunni, il suolo del campo di concentramento di Auschwitz, dove, tra gli anni ’30 e ’40, hanno perso la vita migliaia di persone, tra uomini, donne e bambini.

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Quello che salta subito all’occhio, leggendo questo libro, è sicuramente il modo in cui vengono raccontate le singole esperienze. E’ un linguaggio carico di emotività; le parole, prima che alla mente, arrivano dritte al cuore. Ho intuito questo aspetto, ancor prima di rifletterci su, dal fatto che le pagine scorrevano senza che me ne rendessi conto. Sono entrata subito in empatia con l’autrice attraverso le sue parole.

L’aspetto più interessante e profondo di questo lavoro è rappresentato dal messaggio che vuole trasmettere: l’importanza assoluta della Memoria.

“La memoria è custode di tutte le cose, come diceva Cicerone” – sottolineava la donna nei vari incontri – “i ricordi, a differenza delle ferite, non si devono rimarginare. La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda”.

– L’Urlo del Danubio, pag. 82

Oltre ad essere doveroso, è necessario ricordare quanto accaduto a migliaia e migliaia di persone con l’unica “colpa” di essere nati ebrei; ricordare affinché tutto questo orrore non succeda più; ricordare per non commettere più gli stessi errori; ricordare per abbattere gli inutili pregiudizi; ricordare per vivere in un mondo migliore.

Concludo dicendo che, anche se sono pagine cariche di dolore e che difficilmente lasciano indifferenti, consiglio col cuore di leggere questo buon libro per comprendere la portata della tragedia umana e sperare in un futuro di fratellanza.

Per maggiori informazioni, visitate

http://www.marinellatumino.it/

https://www.operaincertaeditore.it/

SE VOLETE DIRMI COSA NE PENSATE DI QUESTA RECENSIONE, VI INVITO A LASCIARE UN COMMENTO.

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Petit: la perla del Moulin Rouge

TITOLO: Petit: la perla del Moulin Rouge

AUTORE: Anna Bonacina

EDITORE: HarperCollins Italia

DATA DI PUBBLICAZIONE: 30 ottobre 2017

FORMATO DIGITALE

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Questo romanzo è per chi ama le storie d’amore ambientate in un tempo seducente che ormai non esiste più, con una protagonista ribelle e scandalosa; per chi vuole immergersi nell’atmosfera retrò e brillante della Parigi degli anni Venti seguendo la vita e le avventure di una donna libera e dolcemente capricciosa che dovrà imparare, una pagina dopo l’altra, che cosa significa amare.

Anna Bonacina

SINOSSI: Francia, 1920-1926. La sera in cui prende il treno, l’aria odora di mosto e di frutti troppo maturi. Ma Juliette, con le gambe tremanti e i riccioli sfacciati dei suoi diciassette anni, non sente altro che il profumo della libertà. E come spesso accade a chi ha la sfrontatezza di osare, per Juliette si spalanca un mondo dorato dove fortuna e bellezza si mescolano indissolubilmente. In poco tempo non solo la sua vita cambia ma è lei stessa a cambiare la vita del mondo che la circonda. E dall’istante in cui approda al Moulin Rouge con il suo audace tango, Parigi non è più la stessa!

Questo è un piccolo esempio di quello che troverete all’interno del libro:

“Così, un po’ per volta, Juliette stava conquistando la città. Da Montmartre a Saint Germain si parlava di quella ragazza di Pigalle che si concedeva come se fosse Madame de Pompadour. Gli uomini che erano accorsi come mosche al miele alla riapertura del Moulin Rouge, si erano trovati di fronte questa bellezza sfuggente e la sua innocenza priva di pudore. Il nuovo direttore aveva fatto certo un affare accaparrandosela, lei non avrebbe sfigurato nemmeno durante gli anni d’oro, quando Zidler e Oller avevano incendiato Parigi con le loro sfrontate ballerine di Can-can. Quanto erano mancati Le Premier Palais de Femmes, i balli della Goulue, il gigantesco elefante che provvedeva all’oppio e al piacere per i più fortunati. Adesso l’elefante non c’era più, e nemmeno la Goulue. Dei vecchi tempi rimaneva solo Mistinguett… e poi c’era quella nuova delizia che nessuno si aspettava ma che adesso tutti volevano assaggiare. Quella che Francis Salabert aveva presentato come Petite e che si esibiva in una danza che iniziava lentissima per poi finire sfrenata, mentre la ballerina si sfilava uno a uno i vestiti, fino a rimanere immobile di fronte al pubblico, ansimante e coperta solo di un velo annodato sui fianchi, il seno gloriosamente nudo. E mentre tutti si ripetevano che… Andiamo! In fondo si tratta solo di una ragazza di Pigalle, si rendevano conto stupefatti che non riuscivano a smettere di parlarne e di averla davanti agli occhi. Lì, ferma davanti a loro, audace come una provocazione. Incantevole come un invito. Ma, fra tutti, la più inebriata era lei, Juliette. Lei, che in una sola notte era diventata una favola di cui si raccontava nei bistrot e nei caffè, e persino in qualche salotto. Lei, che spalancava gli occhi sbalordita dall’abbagliante festa senza fine nel mezzo della quale era capitata. Si sentiva come quella bambina di cui Pierre le leggeva da piccola, che era caduta dentro la tana del coniglio ed era sbucata in un paese pieno di meraviglie. Nel libro la bambina alla fine scopriva che era stato solo un sogno e Juliette aveva quasi lo stesso timore.

Perché Parigi, quella Parigi che si ubriacava ballando il Charleston per poi buttarsi ebbra nelle braccia della notte, pronta a soddisfare ogni suo capriccio, quella era la Parigi che Juliette non aveva nemmeno osato desiderare. Non arrivavano così lontano i suoi sogni di bambina, si fermavano alle luci, alle automobili, ai bei vestiti alla moda. Non erano mai approdati a quella festa continua in cui si beveva e si cantava e si ballava e poi si dormiva in letti sconosciuti.

E quando la mattina lei si svegliava Parigi era ancora là, di nuovo, pronta a soddisfare ogni suo capriccio. Parigi era come lei: non ne aveva mai abbastanza. Ma c’era anche qualcosa di troppo abbagliante in quelle notti e in quei giorni, quel tipo di euforia che precede la rovina. Un rumoroso canto del cigno che festeggiava la fine di un incubo e la scoperta di essere ancora vivi, e giovani, e pieni di tutta quella vita che era stata soffocata negli ultimi anni. Parigi era un’esplosione, ed era Juliette come Juliette non si era mai vista davvero. E lei si trovava per la prima volta di fronte alla sua anima gemella. Una città che le era specchio e guanto e che non giudicava mai, essendo lei stessa peccatrice.

Juliette attraversava ballando i locali, felici di accoglierla; correva a passetti veloci battendo i tacchi sulle vie sempre un po’ bagnate diretta alla Closerie des Lilas, a Le Chat Noir, a La Rotonde, festeggiando l’arrivo dell’alba con whisky e champagne, euforica di alcol e libertà. Vestita di paillettes e piume, si sentiva a casa come non si era mai sentita. In quelle sale già piene di fumo, si accendeva una sigaretta e accarezzava con lo sguardo la folla, cercando chi le potesse piacere. Si muovevano sempre insieme, lei e Gabrielle, uscivano dal minuscolo appartamento di Montmartre e iniziavano a risplendere, avide di tutto. La domenica scendevano la collina volando, fra le bancarelle di fiori e le brasseries dove ordinavano caffè e pane al cioccolato per poi passeggiare fra i mercati e lungo la Senna fino a sera, quando si buttavano nei locali da dove sentivano uscire musica jazz che, calda, arrivata da lontano, invitava a lasciare che le sue note decidessero per te, seducenti. Era la loro alleata, assieme

all’alcol. Il whisky le aiutava a vedere tutto appena un po’ sfocato, e aiutava gli uomini a sentirsi abbastanza coraggiosi da avvicinarsi a loro, cosparsi di profumo e con le tasche piene di soldi pronti a passare di mano, scivolando dalle tasche severe dei completi maschili alle borsette di lustrini di Juliette che, quando voleva, si concedeva spensieratamente.

Alcuni l’avevano per poche ore, altri per qualche giorno, pochi per mesi. Gli uomini erano felici di assaporare Petite, che li ingolosiva con gli occhi blu scuro, il collo e le spalle scoperti.

Nonostante l’ebbrezza di trovarsi in un mondo che le apparteneva e in cui si sentiva libera, c’era sempre in lei qualcosa di diverso. Anche mentre ballava sulla stessa musica su cui ballavano le altre, mentre beveva lo stesso champagne, mentre fumava le stesse sigarette, si avvertiva in lei un senso di malinconia che la rendeva sfocata, come vista attraverso un velo. E chi la vedeva per la prima volta provava la stessa sensazione che si ha guardando un oggetto bellissimo appartenente a un altro tempo il quale, catapultato nel presente troppo vivido, ti costringe a provare un sottile e rassicurante senso di rimpianto.

Nessuno avrebbe saputo dire il perché, come mai Petite facesse questo effetto. Gli uomini che l’avevano condivisa ne parlavano fra loro a lungo, senza trovare una vera risposta. Qualcuno sosteneva che fosse per lo sguardo, altri erano certi che fosse per quella bellezza così incantevole, altri ancora sostenevano che era il modo in cui si muoveva, come se si fosse appena alzata da un letto caldo. Ma tutti concordavano che il fascino che sprigionava era irresistibile e li rendeva schiavi, costretti a tornare da lei anche molto tempo dopo averla avuta. Tutti sapevano bene che la maggior parte delle donne a cui si richiede solo l’appagamento di un desiderio perdeva in genere il potere nel momento stesso in cui quel desiderio veniva finalmente soddisfatto. Ma con Petite era diverso. Lei li faceva impazzire dal desiderio di possederla soprattutto dopo averla avuta. Era un mistero che, per quanto ci provassero, gli uomini non riuscivano a svelare. Non li sfiorava nemmeno l’idea che quella sensazione fosse dovuta al semplice motivo che Petite, in realtà, non si concedeva mai del tutto. Che la sua seduzione, anche nei momenti più intimi, fosse fatta di promesse più che di esclamazioni.

Faceva loro immaginare come sarebbe stata se gli fosse appartenuta completamente, se il suo abbandono non fosse durato solo il tempo del piacere, ma si fosse dilungato una volta che questo si fosse concluso. Era solo un miraggio. Juliette si donava senza riserve per poi raccogliersi di nuovo, lasciando quel vuoto repentino in cui si annida il tarlo del possesso.

Ma Petite non era fatta per accontentarsi. Accortasi quasi subito che in quella città sbalorditiva troppe donne brillavano rumorosamente, aveva presto capito che se voleva distinguersi – e di questo lei era sempre stata certa – avrebbe dovuto escogitare un modo raffinato di farlo. Portare la gonna al ginocchio, i capelli corti, il rossetto… erano cose che facevano tutte le frequentatrici delle notti parigine. Petite si ritrovava in un mondo che per lei era il futuro, e un futuro più lontano di quello era inimmaginabile. Restava dunque il passato.

Se Mademoiselle Chanel stava liberando le donne conducendole da un’era all’altra in modo tanto veloce da stordire, lei avrebbe allora spolverato e sfoggiato qualcosa che, unito a questo presente sfavillante, evocasse quel passato che era scomparso, lasciato incompiuto perché spazzato via d’un tratto dalla guerra. Così le bastava aggiungere al suo modo di vestire qualche eco di un mondo che non esisteva più: un pizzo, una calza, un gioiello sui capelli… ed ecco che un’altra epoca, un’epoca in cui i piaceri erano più lenti, tornava a mostrarsi e lo splendore veniva annebbiato da un velo di cipria che aveva il profumo delle cose scomparse.

In mezzo a quelle ragazze che scoprivano le gambe e ballavano senza pudori, che si ubriacavano ridendo in compagnia di aspiranti artisti o sedicenti scrittori, Petite sbatteva le ali come un uccello fuggito dalla Belle Époque. E seduceva con la nostalgia”.

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Recensioni

La figlia che diede alla luce suo padre

TITOLO: La figlia che diede alla luce suo padre

AUTORE: Roberto Lodovici

EDITORE: Europa Edizioni

DATA DI PUBBLICAZIONE: 4 novembre 2017

PAGINE: 136

VOTO: 4/5

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SINOSSI: “La figlia che diede alla luce suo padre” ha in sé una duplice valenza. Mostra una nuova visione della relazione padre- figlia vista attraverso una dimensione più spirituale. È nel contempo la storia di un percorso verso la consapevolezza, alla scoperta di se stessi. Ne è protagonista Michel, un affermato architetto, il quale, con l’aiuto della moglie Isabelle e grazie al singolare incontro con la figlia che sta per nascere, intraprende un viaggio ai confini della realtà che lo porterà, dopo un conflitto interiore, a salire tutti i gradini della scala sapienziale. In questa incredibile e toccante esperienza alla ricerca del profondo significato della vita, accompagnato dalla piccola Claire, scoprirà un linguaggio antico di pura energia primordiale, il linguaggio del cuore e dell’amore.

LA MIA OPINIONE: Questo libro mi ha suscitato una forte curiosità fin da subito, ancor prima di leggerlo. Devo però dire che all’inizio ero un po’ scettica, in quanto credevo che fosse quasi utopico. Mi spiego meglio. Credevo sì che dicesse tante belle cose, ma che arrivando ai fatti no andava proprio così e che difficilmente si riscontrava nella realtà.

Andando avanti nella lettura, iniziavo ad imbattermi in pezzi come questo:

“Ho sostenuto in precedenza che i bimbi nella maggior parte dei casi nascevano puri e mentalmente liberi. per loro niente è impossibile e alla spensieratezza istintiva non pongono limiti. Sono invece le cosiddette regole istituite in seguito dalla società civile per conseguire lo sviluppo democratico ed il benessere, che prima da adolescenti e poi da adulti, ci spingono a modificare il nostro modo di essere.

La conseguenza è null’altro che portarci a creare dei pensieri e delle convinzioni limitanti, anche se noi limitati non siamo.

Come la pulce, abituata a saltare quel tanto che basta ad non urtare il coperchio del barattolo cui è rinchiusa, non fugge quando questi viene levato, così è l’essere umano, il quale divenuto adulto dimentica le immense capacità presenti in lui fin dalla nascita”.

– La figlia che diede alla luce suo padre, pag. 57

Mi cominciavano a rimbalzare in mente diversi pensieri. Cominciavo a riflettere su determinati aspetti della nostra condizione attuale e iniziavo a mettere in discussione me stessa e il modo di vedere tali aspetti. Non leggevo soltanto, ma cambiavo anche le mie concezioni (mi spingo a dire, etiche).

Credo che questo libro rappresenti una sorta di saggio sui valori profondi della vita. Scritto sotto forma di diario, tratta i più svariati argomenti, dalla nascita (dove il parto vine descritto in maniera encomiabile) alla morte, affrontata abbastanza bene. Ovviamente, come suggerisce il titolo, il libro affronta molto il tema della nascita, ma soprattutto la vita della bambina sia prima della nascita, sia i primissimi giorni dopo il parto.

E’ un libro molto stimolante, molto introspettivo che testimonia come esperienze straordinarie, come quella di mettere al mondo un figlio, possano portare un cambiamento notevole (a volte persino uno stravolgimento) nella vita di ciascuno.

Mi piacerebbe chiudere questa recensione con una citazione che credo rappresenti l’obiettivo finale di questo lavoro.

“Solo l’amore puro, quell’amore incondizionato potrà contribuire a far sì che in futuro parlino sempre più i nostri cuori e sempre meno le nostre paure”.

– La figlia che diede alla luce suo padre, pag. 121

Invito tutti a leggere questo libro che potere acquistare nei maggiori stores online.

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